Ma lo fanno tutti. Noi lo facciamo diverso.

Non è mia abitudine raccontare questioni personali o esporre facilmente la mia opinione se non richiesta, ma ci sono fatti che davvero sono ispiranti: tacere non è possibile.

L’aneddoto è breve quanto banale: seduta al mio posto, partecipando ad uno degli ormai diffusi eventi romani su rotaia, un tour notturno tra musica live vintage e la cultura dal finestrino, ho visto una bellissima e altissima coppia matura pararsi davanti al mio sedile dandomi le spalle e piccioneggiare. Ovviamente la vista si offusca! Dopo i primi 14 minuti di silenziosa e attonita riflessione, al 15° minuto, come il più boia tra gli arbitri ai Mondiali di Calcio, fischio il fuori gioco. Sorridendo e con calma dico: “Siete molto carini, ma io non riesco a vedere davvero più nulla”. Ok, avrei potuto evitare. Magari ho fatto la parte della signora acida e pure invidiosa (non ne avrei motivo ma loro non lo sanno), ma la risposta indispettita e banale della picciona mi ha gelata: “Lo fanno tutti….stanno tutti in piedi”. Non un “mi scusi, ora ci sistemiamo meglio”; non un “che palle questa ma che vole”, ma un banalissimo “Lo fanno tutti”, che altro non è che un’ammissione di colpe altrui e l’individuale mancanza di senso critico, la non capacità di scegliere cosa sia bene o male ma un adeguamento all’esempio peggiore (mai al migliore), al vicino di casa, di banco, di auto, di metro e di ombrellone che ci scagiona e libera da ogni peccato (ammesso che non sia tu il primo a farlo).

Esempi quotidiani a grappoli. “Ma che voi? Lo fanno tutti” (in varie forme e dialetti) è la risposta in SALDO, quella più conveniente sul mercato. Ti consente di dire la tua voltando le spalle, è il discount del senso critico. Il costo di una riflessione più elaborata è troppo alto: tempo, parole, autoanalisi, messa in gioco, cambiamento. Mai rischiare per essere diversi, meglio essere tutti ugualmente brutti o bruttamente uguali.

Perché amo le mie clienti? Perché a loro il rischio piace e con me lo corrono tutti i giorni. Non nel radicale tentativo (un po’ snob) di voler essere diverse ma, dotate di un naturale e forte senso critico (nel senso di analisi), sono in grado di scegliere tra il bene e il male, tra una buona educazione e la maleducazione, tra il bello e il brutto e se scelgono il brutto estetico lo fanno con consapevolezza, individualismo e senso di responsabilità.

Scelgono anche capi difficili che non nascondono al mondo, ma che allontanano dallo spirito dell’omologazione. Queste donne non diranno mai “perché tutti lo fanno” ma piuttosto “io lo faccio diverso” (da non confondere con la citazione, ormai oltremisura vintage “lo famo strano”).

E, a proposito di stranezze. Lo sapete che c’è al mondo un uomo che colleziona divise da hostess (ovviamente Vintage in gran parte)? Si chiama Cliff Muskiet ed è il più importante collezionista di divise da volo, tante da contarne più di mille e curatore e fornitore ufficiale della mostra Cabin Crew, in corso al Kunsthal Museum di Rotterdam che raccoglie 155 uniformi di hostess dal 1944 in poi. Lì si viene a sapere che Mary Quant vestì con le sue celebri mini le assistenti di volo della Court Line Aviation o che Emilio Pucci negli anni ’60 disegnò per la Braniff Airways una serie di uniformi psichedelico-pop con maxi caschi a bolla per proteggere le acconciature da umidità e correnti. Il pubblico ama questo tema Vintage, nonostante non ci siano più le aspiranti di una volta.

Tornando al signor Cliff, vi dico cosa pensava lui riguardo agli anni ’70 e alle sue divise. “Amo i primi anni ’70 quando le norme estetiche del settore furono sovvertite in un tripudio di flower power, short e tinte flou”. Magari anche per lui vale…e noi lo facciamo diverso.

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